Solo undici richieste di riconoscimento per agenti sospettati di aver usato violenza contro i detenuti furono fatte al Ris dei Carabinieri in relazione a quanto avvenuto al carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) il 6 aprile 2020; gli altri novanta agenti finiti poi come imputati nel maxi-processo in corso all’aula bunker del carcere di Santa Maria Capua Vetere, furono riconosciuti dalla polizia giudiziaria operante – i carabinieri della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere – grazie alla comparazione tra i frame dei video interni del carcere, i racconti delle vittime e metodi empirici, attraverso cioè fonti aperte come i social.
E’ emerso oggi nel corso della testimonianza resa in udienza – sono 105 gli imputati tra agenti penitenziari, funzionari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) e medici dell’Asl di Caserta – dal tenente colonnello Claudio Ciampini, che nel 2020 era al Ris di Roma dove comandava la sezione audiovideo e riconoscimento facciale del reparto di investigazioni scientifiche. ù
A Ciampini la richiesta di verifiche fu fatta dai carabinieri di Santa Maria Capua Vetere a settembre 2020 su delega della Procura sammaritana, e per poter identificare gli agenti sospetti l’ufficiale ricevette foto di tesserini di servizio e carte di identità, da dover poi comparare con le immagini dei video interni del carcere.
“Solo per due poliziotti penitenziari – ha spiegato Ciampini – trovammo una compatibilità moderata, per gli altri nove no”. Nell’udienza non è emerso il perchè solo per 11 agenti fosse stato richiesto l’intervento degli esperti del Ris.
L’avvocato Edoardo Razzino, difensore di alcuni imputati di peso come l’ex comandante della polizia penitenziaria del carcere sammaritano Gaetano Manganelli, ha chiesto a Ciampini se il riconoscimento facciale tramite fonti aperte come facebook sia attendibile, e se quindi il Ris ne fa utilizzo.
“Da facebook non prendiamo foto per i riconoscimenti – ha affermato Ciampini – perchè non certificano l’identità del soggetto, a meno che non si tratti di persone già note per altre cause”.
Razzino ha fatto quindi riferimento al caso dell’agente Giuliano Zullo, arrestato nel giugno 2021 perchè ingiustamente accusato dell’episodio relativo al detenuto Calanni; in effetti quest’ultimo (costituitosi parte civile nel processo) aveva riconosciuto l’agente Di Costanzo come colui che il 6 aprile 2020 lo aveva prelevato e percosso nella sala socialità, ma il suo riconoscimento fu ritenuto inattendibile dai carabinieri, che comparando la foto dell’agente Di Costanzo presa dalla banca dati e una sua foto estratta da FB, ritenne che non fosse lui l’agente in questione, bensì appunto Zullo, che peraltro non era stato riconosciuto dal detenuto Calanni né era in servizio il giorno dei fatti.
E tutto ciò senza procedere ad alcun accertamento antroposomatico del Di Costanzo. Finì che Zullo, dopo l’arresto del giugno 2021, fu subito scarcerato e il suo caso archiviato perchè il riconoscimento era stato frutto di un errore; Di Costanzo invece, pur riconosciuto dalla vittima, fu assolto in abbreviato.
Nell’udienza di oggi è poi emerso che si sta avviando alla conclusione la seconda indagine sui fatti del 6 aprile 2020, in cui sono indagati 41 agenti penitenziari, in particolare quelli anche di altri istituti come Secondigliano non riconosciuti nella prima fase delle indagini perchè indossavano caschi e mascherine.
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